L'aria è rarefatta e fumosa, appena sotto la lampadina galleggia uno strato denso di fumo argentato; la stanza è buia e odora di muffa, Mugindis sta giocando a poker con qualche amico, adora quel tavolo appena lo ha visto ha accarezzato il tessuto verde e una luce di puro piacere gli si è accesa negli occhi tondi.
Ci siamo trasferiti finalmente erano mesi che se ne parlava e alla fine Mugindis ha trovato una casa perfetta per noi, qui non faccio più incubi, in qualche modo ho recuperato i nervi e la salute. Non lavoro più perchè alla fine non ne abbiamo bisogno, passo le giornate nel giardino di questa nuova casa, ho scoperto che amo molto le piante Mugindis dice che ho il pollice verde. Il roseto è completamente sbocciato e la pelle è di un bel color ambrato, sono il ritratto della salute e davanti allo specchio la mia immagine mi sorride.
- Mug aprite almeno le finestre c'è un odore pessimo -
- Hm-hm.. - borbotta con gli occhi incollati alle carte. Alzo gli occhi al cielo perchè lo detesto quando finge di ascoltarmi, li osservo mentre giocano, Cassius tamburella nervoso la zampa sul tavolo e Fidelio si liscia distrattamente le orecchie, quello ad apparire più rilassato di tutti è Pi che mi sorride - Trattala bene questa ragazza Mug, guarda quanto è carina e paziente. Tesoro sei assolutamente radiosa in questo periodo - Mug che è geloso come un padre e in più sta perdendo
- Te non preoccuparti di questo, pensa a giocare -.
Da quando abbiamo traslocato Mugindis ha preso a far venire i suoi amici/colleghi, se non hanno un lavoro tra le mani si riuniscono e giocano a carte o fanno lunghe discussioni su vari temi. Prima Mugindis non parlava mai dei suoi colleghi, adesso mi ha fatta entrare nel gruppo e ha fatto si che mi rispettassero.
La prima volta che ti ho visto è stato l'agosto di tre anni fa, ricordi il caldo che faceva? Io avevo appena finito di lavorare, il numero 76 era sparso nell'abitacolo della sua bella macchina, un ammasso di metallo accartocciato. Il compimento del mio incarico aveva causato la morte di altre quattro persone in un incidente di quelli coi fiocchi, ma era l'unico modo possibile, il male minore...per me ovviamente. In pieno centro un incidente del genere non passa inosservato, se non altro per lo schianto che echeggia. Ricordo benissimo le madri che proteggevano i figli dalla vista di quell'orrore, i turisti a bocca aperta, gli occhi sbarrati dietro le lenti da sole, tutto si è bloccato capisci, tutti a bocca aperta immobili per una frazione di secondo. Io guardavo il mio operato da un’angolazione di favore, dopo la calma, il caos, gente che gridava, chi piangeva, tutti a correre, telefonare, mandare sms, scattare foto, filmare, poi le sirene e la folla di curiosi che aumentava una massa cremosa di gente che era li per vedere, testimoniare e poter dire io c'ero al notiziario delle otto. Tu eri li, seduta ai tavoli esterni di un bar affollato a guardare le persone, hai alzato gli occhi lentamente quando hai sentito la frenata lunga e il ferro accartocciato, non li hai chiusi mai, nemmeno per un attimo, sei rimasta seria a fissare le macerie delle auto, il sangue delle persone, lo sgomento della folla. Ti ho fissata per tutto il tempo, mentre sorseggiavi il tuo succo e guardavi la scena, non ti ho tolto gli occhi di dosso perché la tua reazione era diversa tu emergevi dal resto della gente, il tuo sguardo non era turbato ma affascinato dalla scena nei tuoi occhi non c'era l'orrore ma l'indifferenza. A quel punto ho capito che tu eri una di quelle persone speciali e ho iniziato a vibrare di gioia, non potevo esprimerla o venirti a parlare subito, non era proprio il momento adatto perché i soccorsi stavano arrivando e dovevo correr via velocemente. Ti lasciai li ad osservare senza stupore quel macabro dipinto infastidita dal rumore degli spettatori.
La seconda volta è stato circa sei mesi dopo prima di iniziare con il numero 77, quella volta particolare fosti tu a trovarmi e voler parlare con me. Seduti su due pietre nella cementeria abbandonata abbiamo parlato per tre ore consecutive senza fermarci, tu mi hai fatto un sacco di domante e io ti ho risposto per quel che potevo rispondere. A quel tempo eri molto diversa da come sei ora eri molto più nervosa e cupa, mi guardavi attraverso la frangia a metà tra l'imbronciato e l'inquietante, non mi dicesti nulla di te benché si capisse praticamente tutto da come guardavi l'orologio e da come giocavi con l'anello attorno al dito. Dopo il numero 77 abbiamo iniziato a frequentarci in modo più assiduo, tu sei stata ricoverata per esaurimento nervoso e io ti venivo a trovare con qualche rivista e qualche dolcetto. Quando sei uscita non avevi nessun altro, non ricordavi nulla e ci siamo fatti una vita insieme.
Vuoi davvero lasciare ai tuoi occhi
solo i sogni che non fanno svegliare
Si Vostro Onore, ma li voglio più grandi
C'è li un posto lo ha lasciato tuo padre
non dovrai che restare sul ponte
e guardare le altre navi passare
le più piccole dirigile al fiume
le più grandi sanno già dove andare.
Polly è partita domenica mattina la sua natura le impedisce di fermarsi per troppo tempo, dice che deve raccogliere quante più esperienze possibili per poter parlare del mondo come l'ha respirato. Mugindis non si è fatto vivo per tutto il tempo in cui lei è rimasta, non mi sono preoccupata, ho tentato di lasciare il pensiero macerare in fondo alla mente e il sonno ogni notte tardava a venire.
E' tornato l'altra mattina mi ha svegliata allegro come non lo vedevo da tempo, ha parlato di tutto ma non di dove fosse stato, mi ha chiesto tutto tranne se mi fossi preoccupata e cosa fosse successo. Non mi ha chiesto per chi fosse il lenzuolo sul divano. Non sogno più e la cosa mi infastidisce, adesso lavoro e basta, mi dedico anima e corpo a numeri e sigle, Mugindis mi viene a prendere dopo lavoro e mi racconta le sue storie.
Ieri sera dopo cena, stava scartando l'ultima caramella che aveva in tasca - Come va con gli incubi e con la memoria? - mi chiede - Non sogno più da qualche giorno, la memoria è fuori uso come al solito. - mette una mano in tasca e tira fuori un foglio - Ho trovato questo, io credo sia tuo - il foglio contiene un'indirizzo in una città che non ho mai sentito - Dov'è questo posto? - - Mi sono informato, venerdì partiamo, si fa un giretto e si vede se scopri qualcosa.-
Polly mi chiama tutte le sere parla per quindici minuti di fila senza ascoltarmi e poi resta in silenzio, se non parlo mi da la buonanotte altrimenti mi ascolta.
Suona il clacson e salgo in macchina, i tergicristallo si muovono velocemente, piove da ieri sera, nello stereo c'è De Andrè, Mugindis dev'essere malinconico.
- Mug? -
- Si dimmi...-
- Ma come ci siamo conosciuti io e te? -
- Davvero non te lo ricordi? -
- No... -
- Parlami della tua famiglia - chiedo a Polly in un momento di particolare loquacità. La scatolina di legno che di solito contiene il fumo è rovesciata sul tappeto e gli ultimi decilitri di vino rosso sono nei bicchieri. Quando ho infilato la chiave nella toppa ho trattenuto il respiro dalla paura e dall'emozione, ma Mugindis non c'era, nessun biglietto ne messaggio solo un ordine asettico e il frigo vuoto, nessun pelo sul divano o caramella in qualche cassetto "ci scommetto che ha tolto anche tutte le sue impronte digitali!" ho pensato. Polly si è interrogata sull'assenza del mio coinquilino, ho inventato una scusa e ha accettato l'assenza, anche se credo le sia venuto il dubbio sull'effettiva esistenza di Mugindis
Mi faccio raccontare la vita di Polly sperando di recuperare qualcosa, lei racconta non so se la verità o qualche storia assurda, forse è solo il collage di ricordi e fantasia, ma mi piace ascoltarla sentire le storie di pranzi di Natale e litigate furiose per la precedenza in bagno la mattina presto. questa è una delle versioni che mi ha raccontato
Sono la maggiore di tre figli, ho due fratellini sotto di me e ogni tanto mi mancano così tanto che tornerei a casa subito. Mio padre viene da una famiglia ricchissima, che in seguito a investimenti sbagliati e un po' di sfortuna ha perso tutto, mia madre invece era la più bella della città. Si sono conosciuti da piccoli in chiesa, papà raccontava sempre che decise di sposarla quando la vide vestita per la prima comunione. La nostra era una casa enorme, con un bellissimo giardino molto curato, l'unico segno della ricchezza dei miei nonni, papà raccontava sempre che avevano la servitù in casa, e che i camerieri servivano sui pattini, ma lo diceva solo per farci ridere. Da piccola stavo delle ore a fissare le vetrine con l'argenteria tutta opaca e macchiata ormai, immaginavo i ricevimenti e le feste come le leggevo sui libri. Un giorno mia madre è uscita e non è tornata più, non ho mai scoperto perchè, e non lo chiesi mai a mio padre. Lui passò dei mesi orribili, dimagrì tantissimo e poi ingrassò a dismisura, un giorno tornò a casa con una donna e decise che era nostra madre, lui ne era convintissimo, noi sapevamo bene che non era così. All'inizio litigammo, specialmente mio fratello Victor era incazzatissimo, era molto attaccato a mamma, poi alla fine abbiamo accettato la pazzia di nostro padre e davanti a lui facevamo in modo di non addolorarlo...all'inizio era molto strano...a un certo punto finimmo per abituarci, era una donna molto materna, e assomigliava in molto a nostra madre, anche se era un po' più remissiva.
Polly tira giù l'ultimo sorso di vino e mi guarda negli occhi mentre chiudo l'ultimo joint della giornata - Ti annoio con le mie storie e tu non mi racconti mai nulla...- sorrido - Ma se chiacchiero continuamente, e poi la mia vita è così noiosa - - Non credo che sia noiosa se la tieni così nascosta. Parlami dei sogni che fai... -
Accendo il joint e le racconto il mio unico sogno, le racconto di come Mugindis sappia tutto e non mi dica nulla, di quanto mi pesi la sua assenza, la mancanza di sue notizie e la casa asettica e il frigo vuoto. Mi sfogo, butto i pensieri sulla sua pelle, anche quelli che non ho mai rivelato nemmeno a me stessa
Polly si chiama così per la canzone dei Nirvana, suona la chitarra da sette anni e non ha mai composto niente di suo ma è fiduciosa - Il giorno in cui scriverò le mie canzoni saranno le più belle mai sentite!-. Polly è ottimista, parla di un sacco di cose conosce un sacco di storie e ha amici in ogni città. Polly ha almeno tre segreti che non ti racconterà mai: la sua vera storia, quello che pensa, il significato del tatuaggio che ha sul cuore. Polly ha un portafogli gonfio che la sua tasca contiene a malapena, dentro c'è la sua vita composta in fogli, stickers, e biglietti del treno. Ha voluto sapere di me tutto quello che poteva chiedere, ho eluso le domande più imbarazzanti e ho allungato la verità con qualche menzogna nei punti più critici, quando il buco che ho nella memoria mi dava più problemi. Mugindis non mi ha chiamata per tutto il tempo che sono stata via, credo che aspettasse mie notizie ma non si è fatto vivo.
Il treno è partito da dieci minuti improvvisamente mi viene voglia di essere già a casa, di non essere mai partita. Da questo viaggio non ho ottenuto quel che cercavo, solo un sacco di parole, e un corpo conosciuto seduto accanto al mio in questo scompartimento. Polly è partita con me, ha insistito talmente tanto che non ho saputo dire no. Chiudo gli occhi qualche secondo. Polly mi sveglia, il suo viso a pochi centimetri dal mio, quei suoi occhi enormi mi scrutano controllano ogni piega del viso e sfumatura dello sguardo - Non chiedermi niente - le dico, gli altri passeggeri mi guardano spaventati, devo aver fato parecchia confusione. Mi stringe le spalle nelle sue mani ossute e mi abbraccia convinta forse di calmarmi ma lei non sa che non ricordo, che non posso ricordare.
Le porte si aprono e il classico olezzo da metropolitana mi aggredisce le narici, i soliti volti sfuocati mi aspettano dall'altra parte. Emergo in superfice e cammino veloce per lasciare quella massa informe di persone con una direzione, una vita, un'ambizione e un problema bello grosso come compagnia nelle notti insonni. Mi fermo alla fermata dell'81 e aspetto a disagio, la t-shirt mi si incolla alle ascelle all'istante, i capelli mi si appiccicano alla fronte. L'81 arriva puntuale con 10 minuti di ritardo, salgo e mi siedo cercando di occupare meno posto possibile di fingermi trasparente: detesto i mezzi pubblici, detesto i rapporti pubblici. Mugindis mi ha lasciata andare via qualche giorno dopo che del morituro non se n'è più fatto nulla "contrordine, lo stronzo è salvo!" mi ha detto azzannando il suo panino col salmone, così lo stronzo è salvo e ho un chiodo da 250 euro dal dentista, e un dente devitalizzato. Dopo mezz'ora di salti sui sanpietrini arrivo a destinazione e scendo facendo attenzione a non toccare nulla, Mugindis telefona - Tutto ok? - - Tutto ok - - Sei già a destinazione?- - Quasi...- - Hmm. Qui è tutto sotto controllo, tra poco esco per cena vado da Seamus. - - Ok- Click.
Il parco è come dev'essere, tutti i toni del verde tra alberi e rumori di natura, una ricostruzione perfetta. Mi siedo con la schiena contro il tronco di un Acero particolarmente rigoglioso e tiro fuori i pochi indizi che ho: una lettera che ho letto troppe volte ma che ancora non riesco a mandare a memoria.
Caro Amore
questa notta mi ha tenuta tra le braccia come se non dovessi lasciarmi più, io non ho dormito affatto e ti ho osservato il volto inerme, gli occhi che danzavano sotto l'influsso del r.e.m. la bocca leggermente protesa in avanti. ti ho dato un bacio ogni volta che ti muovevi nel sonno.
Non dormo da così tante notti che non le conto più, riesco a rilassarmi solo la mattina quando tu vai via, allora il sonno mi prende e riposo, senza sogni, senza distrazioni, quando mi sveglio osservo la mia impronta sul cuscino e la confronto con la tua. Non so più se ci sei veramente, sei quasi un'ombra ormai anche quando parli o ridi mi stupisco e mi chiedo se porti sempre lo stesso nome, se posso chiamarti ancora Amore. Ieri sera hai pianto in bagno, pensavi che non ti sentissi ma ho i sensi così affilati da qualche tempo che percepisco il tuo cuore quando trattieni il respiro e sbianchi con lo sguardo altrove, sarei voluta entrare e abbracciarti dirti che va tutto bene, ma non riesco più a mentirti non riesco più a capire che cosa cerchi, cosa ti angoscia come se avessi perso il codice per decifrarti...
Piango, la lettera si conclude quì, non so chi l'abbia scritta, se sia indirizzata a me o ce l'ho tra le mani per caso, ma piango ogni volta che la leggo. Mi asicugo le lacrime e alzo lo sguardo, due occhi fissano i miei.
Ha un buffissimo taglio di capelli e gli occhi più belli che io abbia mai visto, è così giovane che mi intimorisce il piglio presuntuoso della sua bocca e del mento. Mi sorride e si avvicina - Hai una sigaretta? - Non parlo con un estraneo da non so quanti mesi, e mi chiedo se ho la voce per poterlo fare, tossisco per schiarire la gola ma finisco per annuire - Grazie. Tutto bene? Ho visto da lontano che stavi piangendo - - Tutto a posto grazie - dico e fisso le sue scarpe enormi per quelle gambe da uccellino con le stringhe di colore diverso. Indugia in piedi di fronte a me, è una sensazione piacevole quel suo corpicino magro che mi ripara gli occhi dalla luce del sole che è basso all'orizzonte. Penso che avrei voglia di parlare, che dovrei dire qualcosa per fara restare ma non so come si fa. - Senti...posso sedermi qui con te? -
Ogni tanto torna a galla qualcosa che non so collocare, la carta da parati giallo crema e verde pistacchio, la tappezzeria delle poltrone nel salotto, l'arredamento elegante e caldo, ma in realtà della casa ricordo pochi particolari. Il cancello di ferro nero sulla strada secondaria, con quel muro grigio e squallido, la muffa che mangia i muri e l'intonaco che crolla a terra nel silenzio. Il giardino selvaggio che mi portava nei romanzi di inizio secolo, con quell'aria di gloria defunta che emergeva dal muschio che ricopriva la fontana di pietra; le sedie e il tavolo da giardino in ferro dipinto di bianco con la ruggine su ogni lato. Non so collocare nel tempo e nello spazio questa casa ma deve avere una grande importanza per il buco che ho nei ricordi, ogni volta mi blocco sulla porta d'ingresso e dopo la mia mano sulla maniglia è solo un unico grido straziante. Mugindis dice che non c'è fretta, ma lui non sa quanto siano angoscianti questi sogni, quanto sia orribile vivere ignorando il proprio passato.
Mugindis è tornato questa notte alle due passate, ero a letto da mezz'ora con una quantità giusta di oppio in corpo da permettermi di dormire. - Ci credo che hai incubi tutte le notti - dice seccato tirando un calcio a una montagnetta di stagnola sul pavimento - Come stai? - - Bene- dico senza convinzione e poi scoppio a piangere. Lo maledico per avermi lasciata sola senza preavviso, per avermi messa in mezzo a un affare che non mi riguarda, perchè non mi racconta quel che vorrei sapere ma non riesco a ricordare. Dopo la sfuriata mi addormento, Mugindis ha l'espressione contrita ma non credo sia troppo dispiaciuto, sa mimare bene le emozioni perchè in realtà non prova niente "deformazione professionale" dice lui, ha come il canale emotivo interrotto e non si ha mai la perfetta consapevolezza di cosa provi, certe volte mi chiedo se davvero tiene a me.
Confutatis maledictis,
flammis acribus addictis,
voca me cum benedictis.
Oro supplex et acclinis,
cor contritum quasi cinis,
gere curam mei finis.
Mi alzo di scatto a sedere sul letto, questa notte incubi, ed è la quarta sera consecutiva. Faccio sogni confusi e inquietanti, colpa della memoria che vuole riemergere a tutti i costi. Mugindis se n'è andato qualche giorno fa senza preavviso, mi ha lasciato un biglietto scarno e uno scatolone che ancora non ho aperto.
Oggi non lavoro, dovrei seguire le direttive di Mugindis, quelle quattro righe di consigli per gestire la situazione:
"devo andare via, tu ripassa tutto quello che ti ho spiegato, continua il pedinamento negli orari strategici, esercitati più che puoi!". So cosa contiene lo scatolone, era esaltatissimo quando mi ha detto che fucile mi avrebbe dato - Un barret M80, con silenziatore e visore a infrarossi. Lo usa il gruppo intervento speciale dei carabinieri è difficile reperirne uno, ma è un oggetto niente male. -
Io continuo con la mia apatia, quasi come un dispetto, ma la veglia è una massa confusa di ore gommose e la notte è tutto un incubo, ho perso il sonno e la percezione del tempo. Riesco solo a stare tra queste lenzuola, con lo stereo che ruggisce al massimo la Requiem per me, per il morituro, per la mia memoria danneggiata che vuole ricomporre i pezzi contro la mia volontà.
Lacrymosa dies illa,
qua resurget ex favilla
judicandus homo reus.
Huic ergo parce Deus,
pie Jesu Domine, dona eis requiem! Amen!
Sono verde. Lo specchio rimanda l'immagine del mio volto emaciato, due segni scuri sotto gli occhi leggermente ineittati di sangue. Non dormo da tre notti, ho lo stomaco annodato e sudo freddo costantemente. Sul lavoro è un disastro, è un pensiero fisso e martellante, la tensione mi divora. - Dovresti riposarti un po', guarda che razza di faccia hai. Sei verde! - - Grazie tante Mug. - rispondo con rancore - Ma che hai? - - Che ho....Ho che sono in continua tensione, non riesco a sopportare questa pressione, io non credo di essere adatta a questa cosa, di non avere l'istinto naturale - - Ce l'hai. - - Ma tu che ne sai, non puoi essere così sicuro. Mi vedi? Non dormo da non so nemmeno quanto, penso continuamente a come agire, penso che se faccio un piccolissimo errore sono nella merda, che non puoi affidarti a me, che è irresponsabile farlo.-
- Ma credi sul serio che io sia così idiota da lasciarmi assistere da un incompetente? So che puoi farcela, so che ce l'hai nel sangue...non è una cosa a te estranea ok? - poi cade il silenzio. Smette di parlare come se avesse detto qualcosa di troppo, ci sono troppe parole in sospeso fra noi Mugindis, ho le lacrime agli occhi perchè i ricordi cercano di riaffiorare, mi colgono sempre all'improvviso quando sono più debole e non so gestirli. Mugindis mi massaggia le spalle - Non andare a lavorare oggi, resta a casa. Ti preparo qualcosa di caldo, ti sistemi a letto e cerchi di dormire. Stasera poi dobbiamo fare altri appostamenti di controllo -.
E' tutta la settimana che ci appostiamo, qualche volta dobbiamo nasconderci e stare in silenzio altre volte possiamo camminare tranquilli, seguiamo il morituro - come ama chiamarlo Mugindis - e impariamo la sua vita. Mi lascio convincere, ho bisogno di dormire, di stare in silenzio. Prenditi cura di me Mugindis,tienimi distante dai ricordi, non raccontarmi niente per ora e non lasciarmi. Lo prego in silenzio ma lui sa leggermi nel pensiero. Mi addormento sulle sue gambe mentre mi accarezza la testa.
Siamo quì da dieci minuti e il pavimento è già coperto di carte di caramelle. Le poltrone grigio topo, sono scomodissime e traballano tipico di ogni sala d'aspetto, la luce al neon che spunta dal controsoffitto, le riviste spiegazzate sul tavolino in plastica nera. Non capisco perchè non si possa fumare nelle sale d'attesa, dannate leggi stupide, Mugindis divora la ventesima caramella e mi innervosisce ancora di più. La signora seduta di fronte a noi ci guarda contrariata, forse a causa dell'indecoroso comportamento di Mugindis o dei miei jeans infangati. La signora con il bambino alla nostra destra invece, fa di tutto per impedire a suo figlio di fissarci, cerca di distrarlo con Novella Duemila ma temo sia ancora troppo piccolo per interessarsi alle tette nuove di questa o quella marchettara da copertina. Mugindis straparla di questo e di quello, io tendo le mascelle per la tensione e continuo a guardarmi attorno; ormai la vecchina è scandalizzata dal menefreghismo di Mugindis e dai suoi discorsi osceni, si è messo a sfogliare un giornale a caso - Hey guarda, su questo tentano pure di occuparsi di politica...- e ride sonoramente - un'elogio all'integrità morale di questo imbecille. Pensa, suo figlio prega tutte le sere prima di mettersi a letto...-
La ragazzina alla nostra destra mi piace, ha le cuffie nelle orecchie e sfoglia un fumetto che proviene direttamente dal suo zanio. Deve avere il volume molto basso perchè la vedo ogni tanto ridere alle battute di Mugindis, vorrei che non lo facesse, lui adora avere pubblico e ho il terrore che ci dia troppo dentro. L'infermiera ci chiama - I signori Puskin?- dice con un po' di timidezza.
Quando usciamo Mugindis saluta ad alta voce e strizza l'occhio alla ragazzina che arrossisce ma sorride. - Hai fatto di tutto per farti notare eh - dico con stizza appena siamo usciti - Certo che si...- mi risponde tranquillo. - Dai non fare quella faccia...da quanti anni faccio questo lavoro? Da un sacco. So io come fare fidati di me cazzo. - - Mi fido di te, però secondo me sei troppo disinvolto...- - E mi si nota meno. Sicuramente meno di te, avevi le mascelle serrate e digrignavi i denti. I taciturni incutono più timore fidati.-